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A GAMBA TESA | EDITORIALE

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I Giovani. Quelli famosi... di quando è stato coniato il termine, quelli che all’incirca avranno trent’anni suonati, quelli a cui tutt'ora si pensa quando si usa questo termine…beh, giovani nel senso stretto della parola non lo sono più. Cresciuti in un sistema–paese che ha venduto loro una “fiaba” in cui lauree, master, tirocini erano l'unica strada per garantirsi un futuro, in molti sono rimasti poi impigliati nella rete della selezione naturale universitaria. Come se il mondo dovesse essere fatto di soli dottori, professori e ingegneri. E soprattutto come se tutti dovessero voler essere dottori, professori o ingegneri. Le altre mille professioni, che poco hanno a che vedere con i libri accademici, praticamente abbandonate. Vittime di una visione forviata della realtà.Fortunatamente non tutti hanno seguito le direttive. Quelli che il dottore o il professore lo volevano fare veramente si sono spaccati la testa sui libri. Altri hanno valutato di temporeggiare più o meno a lungo sui libri. Alcuni si sono adattati a ciò che capitava. Altri ancora invece, ragionando al di fuori di schemi preconfezionati, hanno creato progetti e attività innovative che dai servizi di base alla tecnologia potrebbero diventare avanguardia per il paese, costruendo lavoro e forse un pezzetto del futuro, proprio e di tutti.DETERMINAZIONE nell’ideare, mettersi alla prova e migliorare la propria creazione, anche attraverso momenti di fallimento. CAPARBIETA’ nell’intraprendere nuove strade sui temi della solidarietà, della socialità e del lavoro in primis. Queste sono le grandi novità.Tra questi famosi “giovani”, che ormai di essere definiti tali sono stufi perché sì è un termine tenero ma contemporaneamente spregiativo se affibbiato a persone adulte, si trovano le forze che prima o dopo, volenti o nolenti cambieranno questo paese. E non devono essere ingurgitati da un “sistema” inequivocabilmente sbagliato. Un sistema che, oltre a non supportare, mina le basi, opprime e soffoca le nuove energie. Come un dittatore al declino, incapace di accettare la propria fine, feroce e terribile nel tentativo di distruggere tutto ciò che non comprende.La prima impresa. Combattere con forza e determinazione un sistema che, ad ora, ha solo preservato i più forti.   

NERO DI SEPPIA | SOCIALE

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Quando uscì la lista dei ministri di questo promiscuo governo Lett , tra i tanti nomi inverosimili che vi comparivano spiccava quello di una certa Kashetu Kyenge, detta Cécile. Allora in molti pensarono fosse l’ennesima presa in giro. Bastava mettere una persona di colore, per di più donna, al ministero dell'Integrazione per accontentare la sinistra? Era competente, questa semi-sconosciuta? Un medico con un curriculum mediocre e una militanza provinciale, una “volontaria” di una piccola associazione. Insomma uno specchietto per le allodole, che non poteva reggere il confronto con il suo predecessore, quell'Andrea Riccardi noto per aver fondato la Comunità di Sant'Egidio, il cosiddetto “Onu di Trastevere”. Era evidente: Cécile Kyenge era stata messa lì come agnello sacrificale da immolare sull’altare delle larghe intese per arruffianarsi la marmaglia dei terzomondisti, dalla base storica all’élite liberal dei salotti buoni ed equo solidali. Ma purtroppo o per fortuna, il primo ministro di colore della storia d’Italia non si è limitato a fare la comparsa e il suo ruolo da vittima eroica destinata al martirio ha deciso di giocarselo fino in fondo. Così se l’eroina moderna è prima di tutto un simbolo, anche la sua proposta di passare dallo “ius sanguinis” allo “ius soli” lo è diventata. E poco importa se nei nostri asili e nelle scuole la presenza di bambini e giovani immigrati è ormai sempre maggiore (i minori stranieri in Italia oggi si aggirano intorno al 10% del totale), questi non sono e non devono essere considerati cittadini italiani come gli altri. Poco importa che forme miste o morbide di “ius soli” esistano nella maggior parte dei paesi europei, ancor meno che in quelli americani, oggetto di grandi flussi migratori, come Stati Uniti, Canada, Argentina e Brasile lo “ius soli” sia addirittura integrale. Tutto ciò non riguarda il ministero dell’Integrazione, così inutile che la Lega ne vuole l’abolizione. Una proposta che il M5S, sempre restio a trattare i temi riguardanti l’immigrazione per non infastidire il suo elettorato post-fascista, liquida come mera propaganda. E nel paese in cui si discute di giustizia politicizzata e ancora di Imu, nessuno entra nel merito. Nessuno ci dice che l'Italia rispetto a molti altri stati ha le regole più severe (e ingiuste) per l’acquisizione della cittadinanza e che concederla a chi nasce in Italia con almeno un genitore residente da cinque anni, così come al minore che conclude un ciclo scolastico, è tutt’altro che folle: è banale buon senso. Nessuno entra nel merito della proposta, ma tutti sono ben attenti a valutarne la forma. Doveva uscire in maniera più sobria, spiegata meglio, in modo da scatenare reazioni meno violente, dicono. Come se fosse questo il motivo degli attacchi di ogni sorta a Kyenge, da quelli beceri e violenti di Salvini, Calderoli e Valandro, a quello più “poetico” del consigliere leghista di Prato che l’ha apostrofata con un culinario “nero di seppia”. È quindi un’eroina un ministro che resiste agli urti e alle offese, e con fresca inesperienza, lontana dai compassati e cinici ambienti della politica romana che tutto corrompono, propone idee sensate?

INTERVISTA DOPPIA | II parte

 

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Per le seconda intervista doppia del Sottotitolo siamo andati ad incastrare altri due controventini durante una loro giornata di lavoro: “Claudia” ed il “Torre”. Andiamoli a conoscere fino in fondo

 

PRIMA DI COMINCIARE, ANCHE VOI AVETE PAURA CHE MANIPOLI LE VOSTRE RISPOSTE?

C: Si! (Il resto della risposta è stato censurato dalla saggia e responsabile redazione del Sottotitolo. NdR)

T: No, perché dovrei averne?

BENE COMINCIAMO: CIAO, CHI SEI?

C: Ciao, sono Claudia Bruscagnin, o “la Zia” del controvento, ho 22 anni, vivo a Campalto, ma prima a Mestre: tendo a precisarlo!

T: Ciao, sono Cristiano Torre, detto “il Tore” anche se è il cognome, ma vabbé! Ho 37 anni, originario di Venezia, ora vivo a Campalto

COSA FAI NELLA VITA?

C: Dedico tutta me stessa a Forte Marghera e a Controvento, nella cooperativa per la quale lavoro. Sono socia. Per la precisione lavoro dietro le quinte, alla griglia del Gatto Rosso

T: Lavoro alla Dispensa del Forte ed il mio compito è accogliere i clienti, accomodarli al tavolo, metterli a loro agio… faccio il cameriere se non si è capito.

PRATICHI QUALCHE HOBBY?

C: Si, taglio capucci, affetto cipolle e faccio torte

T: Il computer, anche se non lo so usare bene, per la PlayStation sono troppo grande

SAI PERCHÈ SEI INTERVISTATO?

C: No e non me l’aspettavo, però fa piacere sapere che c’è una donna nella seconda intervista doppia del Sottotitolo. E poi sono in accoppiata con il Tore!

T: Sinceramente non ne ho idea

COSA FACEVI DIECI ANNI FA?

C: Praticamente tutto quello che faccio adesso lo facevo al tempo. Ora però non vado a scuola

T: Facevo sempre il cameriere, però a Venezia nel ristorante di mio padre, dopo il militare ovviamente… quindi dopo il 1996

COSA TI PIACEREBBE FARE DA GRANDE?

C: Non lo so con precisione, di sogni nel cassetto ne avrei ma mi manca il coraggio. Un giorno però mi aprirò un’osteria, cercando di rimanere qui in Italia perché se van via tutti “quei boni”, qui chi ci resta?

T: Ti dirò: non aspiro a niente di ambizioso, non mi interessa diventare astronauta, me basta star ben.

È SUCCESSO QUALCOSA D’IMPORTANTE NELLA TUA VITA CHE TI HA CAMBIATO?

C: Aver intrapreso questo tipo di lavoro mi ha sicuramente cambiato radicalmente, prima mi dedicavo interamente allo sport, ora mi dedico al Controvento, mi mancano certe cose, ma sono molto felice di occupare il mio tempo qui.

T: A 22 anni ho subito un grave incidente in auto che mi ha cambiato la vita, sicuramente ora ho più voglia di vivere e di sorridere.

MA SE TUTTI E DUE SIETE FELICI E SORRIDENTI! RACCONTATECI UNA BARZELLETTA

C: Conosco quelle del Tore, il massimo comico della Cooperativa. Io posso lasciarti con una freddura: sai che rumore fa un maiale che cade dal quarto piano? Spek!

T: Di belle ne conosco solo tre, le altre non fanno ridere nessuno… però... la 8 verticale: stende il bucato? Overdose

COME VIVEVI MESTRE DA ADOLESCENTE?

C: Non ho mai frequentato il centro, stavamo spesso nei parchi, a Carpenedo o al Conestoga

T: Io la vivevo con una bella compagnia di amici, eravamo un bel gruppo e ci divertivamo tra di noi, sicuramente non era Mestre ad offrirci niente.

ED ORA COME LA VIVI?

C: Una città morta, con pochi punti di ritrovo per i ragazzi e quei pochi che ci sono vengono lasciati allo sbando e nel degrado, come vuoi che la viva?

T: Non c’è niente a Mestre, piuttosto vado a Venezia a fare un giretto a bacari. Oltre a Forte Marghera non c’è tanta scelta, al massimo qualche festival a San Giuliano, però niente di che.

PERO’ MESTRE HA PROPOSTO UN GRANDE EVENTO POCHE SETTIMANE FA: I BLUE

C: Eh pensa te! Siamo veramente disperati...

T: Chi?

LEGGI QUOTIDIANI O RIVISTE?

C: Molto raramente, piuttosto in Internet

T: Su internet le notizie più importanti: Sean Connery ha paura dell’Alzheimer

CONOSCI IL SOTTOTITOLO?

C: Si, ne faccio parte

T: Si, l’ho letto un paio di volte

QUESTA INTERVISTA LA RILEGGERAI MAI?

C: Si, per capire quanto sono stata manipolata (Sì, in questo caso non abbiamo manipolato le risposte, ma direttamente la mente dell'intervistata! Potere della scienza! NdR)

T: Certo!

VUOI FARE UN SALUTO?

C: Saluto il Tore nell’altra metà della pagina e tutti i colleghi che stanno ridendo delle mie risposte: ea Zia ve vol ben!

T: Saluto i miei quasi sessanta colleghi ai quali voglio bene

 

A.Cab

 

L’ INFINITA BATTAGLIA | POLITICA

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“Di tutte le cose misura è l ‘ uomo, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono” con tale, emblematica frase nel v secolo a.c. Protagora affermava come il singolo , attraverso l’ uso dei sensi, interpreta la vita a seconda della sua personale misura. Tuttavia le opinioni soggettive, per quanto meravigliose e varie, sono tutte riconducibili ad una più grande e infinitamente più concreta legge regolatrice che determina il concetto di giusto o sbagliato. E’ questo il compito dell’ etica, riuscire a distinguere il bene e i suoi comportamenti dal male e le sue manifestazioni, indipendentemente da come lo misuri l’ uomo. Si può ragionevolmente riassumere quindi che tutto ciò che danneggia l’ uomo e la sua dignità sia considerato eticamente sbagliato, mentre ciò che lo esalta e rispetta la sua dignità sia eticamente giusto. Ecco che, però, l’ etica non viene tenuta in conto nei rapporti tra individui, e nemmeno viene usata come parametro nella formulazione di quelle leggi che dovrebbero garantire ai cittadini pari dignità e diritti. Ad esempio, ultimamente si sente parlare molto dei camionisti e di quel loro brutto vizio di guidare senza rispettare le ore di sosta. Tutti all’ unanimità hanno ritenuto giusto regolamentare il tutto con un cronotachigrafo e sanzionare pesantemente chi non rispetta la norma, perché se un camionista sonnolento provocasse un grave incidente cosa succederebbe? La norma attualmente prevede che se colto in flagrante, il conducente del mezzo sia costretto a pagare un’ importante ammenda, pena il sequestro del mezzo e tutto quello che ne consegue. Le cose però, spesso, non sono così facili come appaiono. Prendendola da un altro punto di vista si è mai pensato al padre di famiglia alla guida del mezzo, costretto a rispettare scadenze impossibili per “restare nel mercato”, che si trova a quel punto a pagare di tasca propria multe salatissime per tenere stretto il proprio lavoro, proprio quella cifra che probabilmente è il sostentamento mensile della famiglia. Certo, un tutore dell’ ordine ha l’ obbligo di fermare e sanzionare, poichè il suo non intervento potrebbe avere conseguenze a volte tragiche. Con quale coraggio però sanziona pur sapendo che probabilmente con figli e moglie a carico quello stipendio basta appena?

Come riesce, davanti al dramma di una situazione simile, ad infliggere un colpo così devastante?

Eppure tutti lo condanneremmo se non lo fermasse, se lasciasse andare quel camionista poco prudente e disperato, deploreremmo il suo non intervento. E così un uomo “distrugge” un altro uomo per adempiere al proprio dovere, e se non lo facesse verrebbe licenziato , trovandosi così nella stessa identica situazione. Possibile che per fare bene il proprio lavoro, non si debba guardare in faccia a nessuno, nemmeno al più “povero” degli uomini? Certo se vivessimo in un paese che tutela i propri cittadini e che li aiuta e supporta in questi casi, il problema non si porrebbe, ma viviamo nel Regno d’ Equitalia e questo fa di noi il paese che siamo, l’ unico della civiltà occidentale a non tutelare la dignità dei propri cittadini.

PAESAGGI SOSPESI - Vanessa Milan | ARTE

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Gli artisti che lavorano al Lab43, a Forte Marghera, si possono riconoscere facilmente: con le mani ed i vestiti macchiati di colore, ci ricordano che l’arte – e soprattutto l’incisione - è un lavoro sporco, ma qualcuno lo deve pur fare. E lo fanno, con raro impegno e passione.

Vanessa Milan del Lab43 ne è presidente; lo racconta - con un misto di imbarazzo ed orgoglio- per far comprendere quanto impegno ci voglia per far crescere un progetto ambizioso come questo. Un laboratorio aperto a tutti - perché le buone idee non hanno mai porte chiuse- sperimentazione continua con nuovi materiali e combinazioni per evolvere la tecnica tradizionale di incisione e stampa verso l’atossico. E poi ancora, numerosi workshop, in Italia e all’estero, mostre (attualmente esposti al CAMeC di La Spezia, con l’allestimento di “Project Room - Stampa d’arte”) per ampliare la conoscenza dell’attività del laboratorio, ma anche per abbracciare esperienze sempre nuove. Iniziative come l’istituzione di “residenze per artisti”, che già dal primo anno di vita ha avuto notevole successo, dà la possibilità a giovani provenienti da tutto il mondo di risiedere a Venezia e concedersi una full immersion lavorativa di alcune settimane nel Lab43. Un impegno continuo, in progresso costante, che richiede pazienza ed energia, proprio come la tecnica incisoria di cui sono esponenti.

Un impegno che tiene Vanessa legata, ora più che mai, a Venezia e al Forte. Ma le sue opere raccontano dei lunghi viaggi attorno al mondo, da cui torna portando con se taccuini carichi di immagini realizzate a penna, matita, colore rosso e filo; idee, istantanee, frammenti di paesaggi ed esistenze che desidera raccontare. Ogni schizzo è un punto di partenza, ogni idea è sottoposta ad un procedimento che può sorprendere nel suo risultato finale. Ecco che Vanessa si trova di fronte ad un materiale instabile, una lastra di ferro - magari ossidata o arrugginita- accompagnata solo dalle sue idee, dal suo sentimento. Durante questo incontro tutto può accadere.

Affrontare questo supporto per rilasciare il proprio pensiero è per lei una terapia di cui non può fare a meno; ogni lavoro è una cura, ogni esito una possibilità per scoprire qualcosa di nuovo su se stessa.

La matrice ora è pronta, graffiata, incisa, ha accolto il colore nei suoi solchi e si adagia sulla carta, liberando la forma. Ma non è ancora finita. Vanessa interviene ancora, con un filo rosso che lega e spezza, sottolinea, accarezza. Paesaggi che sembrano usciti da un sogno - eppure così concreti- pieni di aria e respiro; ogni lavoro è una narrazione silenziosa solo in apparenza, in realtà scrigno di mille storie diverse che ogni individuo può immaginare e raccontare.

Prati, città, eclissi, corpi, riflessi vengono fermati, sospesi nell’aria, scomposti e ricostruiti, filtrati dal sentimento dell’autrice che dona loro una nuova esistenza.

“LA BANDA DEL FORMAGGIO” di Paolo Nori, ed. Marcos y Marcos, 2013 | RECENSIONE

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Paolo Nori, classe 1963, in questo libro sembra mettere in pratica una grande lezione di Dostoevskij e di altri eccellenti autori russi (lui che del russo è traduttore, oltre che conoscitore profondo della letteratura dell’est Europa): per dare importanza ad una cosa una delle strade percorribili è quella di non parlarne direttamente. E così in questo libro l’autore parmigiano tradisce volutamente il titolo e il suo storico alter ego (Leandro Ferrari) per immedesimarsi nei panni dell’editore Ermanno Baistrocchi, impegnato a spiegare le impercettibili differenze che distinguono i suoi libri da quelli degli altri editori e che, suo malgrado, viene coinvolto nelle indagini della “banda del formaggio”. Una sorta di giallo dove non c’è il cadavere, ma in cui si fa anche volentieri a meno del colpevole, dove c’è spazio per ragionamenti a tratti esilaranti, invettive contro giornalisti giustizialisti, che lasciano trasparire il disagio di un mondo che va troppo veloce e non si ferma più a notare i piccoli dettagli, le piccole differenze che rendono migliori non solo i libri delle Edizioni Baistrocchi, ma la vita di tutti noi. Una prova di scrittore ai livelli dei precedenti capolavori (da “Spinoza” a “Bassotuba non c’è”, solo per citare i primi), che non può non riportare alla memoria il suo precedente lavoro “La meravigliosa utilità del filo a piombo”, dove più volte cita autori russi istigando il lettore ad andare a scoprirli.  

UN CADAVERE SU CUI LITIGARE | TERRITORIO

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Agosto non è stato un mese semplice per Venezia: mentre le solite, grandi questioni continuavano a macerare sotto il sole estivo, i canali del centro storico sono divenuti il terreno di scontro tra i diversi protagonisti del trasporto lagunare. A far esplodere la polemica è stato l'incidente nautico costato la vita ad un professore tedesco, in visita a Venezia con la famiglia e rimasto ucciso nella collisione tra una gondola e un vaporetto in mezzo agli affollati pontili di Rialto. Dopo le sperticate dichiarazioni di solidarietà e cordoglio, dopo il “lutto cittadino” e le lacrime incredule, è subito arrivato il momento di puntare il dito. Colpa del capitano Actv che ha sbagliato manovra, colpa degli altri due battelli che, da dietro, impedivano al pesante mezzo pubblico di virare in sicurezza, colpa del gondoliere che la sera prima si era sballato a suon di strisce di cocaina. E poi colpa di Actv (tutta), che lascia che nei punti critici si accalchino i vaporetti, sempre in ritardo; colpa dei “pope” (tutti), che sono sempre in mezzo e che non si ricordano che i mezzi pubblici dovrebbero avere la precedenza; colpa del Comune che non sa organizzare il traffico acqueo e che ha accatastato pontili su pontili nei pochi metri disponibili tra il ponte di Rialto e il tribunale. E allora via, Orsoni e i suoi si sono lanciati nella mischia: il sindaco Don Chisciotte e il suo fedele aiutante “Sancio” Bergamo, lancia in resta, corrono a combattere i mulini a vento. Una battaglia impossibile, il cui scopo ultimo dovrebbe essere la riorganizzazione dei flussi in Canal Grande, ma che, più realisticamente, dovrà accontentarsi di mettere d'accordo tutti gli interessati. Il primo cittadino e il suo assessore alla Mobilità, infatti, hanno iniziato una serie di incontri con sindacati, trasporto pubblico, bancali, privati e chi più ne ha più ne metta. I due politicanti si sono presentati davanti ai “lavoratori di Canal Grande” armati di una lista di cambiamenti possibili, la risposta, più o meno univoca, che hanno ricevuto è stata un laconico “vedremo”. Gondolieri e marinai sembrano più interessati a regolare i conti “alla vecchia maniera”, fuori dalle aule di Ca' Farsetti. No, nessun rischio di pugnalate in calle: per i “pope” e i “marineri” meglio andare avanti a dispetti e ripicche, occupando pontili e imbarcaderi dei “concorrenti” e insultandosi tra le pagine di qualche social network. La verità è che non serviva il morto per far scoppiare l'ennesima guerra tra categorie: l'aspro confronto tra motoscafisti e canottieri è vecchio quanto il primo motore a benzina e la vecchia ruggine non è mai stata davvero pulita. Per l'ennesima volta Venezia si ritrova ostaggio di interessi contrastanti, paralizzata in un conflitto che non può portare da nessuna parte e che sicuramente non gioverà ai cittadini del centro storico. Ed è questa, non la morte di un turista in quello che, triste a dirsi, non è stato altro che un normale incidente stradale, la notizia più triste di questo afoso agosto.

70° MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA | CINEMA

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È da ormai settant’anni che nello storico palazzo del Cinema, al Lido di Venezia, viene ospitata la Mostra internazionale d’Arte Cinematografica. Anche quest’anno sul lungomare Marconi si è svolto il secondo festival cinematografico più antico al mondo, secondo solo alla notte degli Oscar: ogni anno la stessa storia, un’incredibile avventura che si perpetua nel tempo, quel tappeto rosso sopra il quale dal 28 di agosto al 7 di settembre hanno sfilato divi e starlette di ogni calibro arrivati da tutto il mondo per partecipare a questa grande kermesse, tra proiezioni delle pellicole e varie premiazioni. Quest’anno però la novità c’è stata: nel corso della prima giornata sono stati proiettati per la prima volta al pubblico tutti i cortometraggi del progetto speciale “Future Reloaded”. L’idea del progetto? Invitare 70 registi di tutto il mondo a realizzare un cortometraggio in totale libertà creativa per celebrare la settantesima edizione della Mostra. “Future Reloaded” è un omaggio d’autore collettivo alla Mostra e insieme una riflessione sul futuro del cinema, filtrato dalla sensibilità personale di ciascun regista, un’iniziativa che porta nuove idee ed espressioni creative all’interno di una location che queste caratteristiche le possiede quasi naturalmente. Una sfida nella sfida. Il festival del Cinema di Venezia apre all’innovazione proprio come era già avvenuto in altre occasioni: un film che fece veramente scandalo nel 1934 a causa di una scena di nudo integrale fu “Estasi” del regista Gustav Machaty, poi nel 1948 “La Terra trema” di Luchino Visconti, fischiatissimo in quanto ritenuto troppo crudo, oggi la platea si scandalizza alla visione di “The canyons” di Paul Schrader. Aprirsi al dialogo e al confronto resta perciò una delle responsabilità più rilevanti di questo festival. 

C.B.

Profumo di rose | EDITORIALE

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È sempre troppo facile parlare a posteriori, anche se a volte è solo come togliersi un sassolino dalla scarpa (o piuttosto eliminare una palla al piede). Puzzano le alghe e ci sono i pesci morti, ma prima di questo piccolo contrattempo estivo Venezia non profumava certo di bucato fresco: l’odore pungente del malaffare aleggiava già in città, i grandi progetti e le opere pubbliche, condivisibili o meno, oramai qui nei dintorni sono divenuti sinonimo di truffa più o meno legalizzata. In un paese dove la politica, l’amministrazione sembrano non vedere quello che appare tanto banale agli occhi dei cittadini, c’è da domandarsi se i nostri “leader” ci sono o ci fanno. Non è credibile che mai nessuno “lassù” ci pensi, si accorga o si ponga delle domande. Forse tutti i cittadini, quelli che con simili interrogativi ci passano le notti in bianco, sono dei geni incompresi, forse chi ci comanda è in realtà una banda di sprovveduti? Errore: le cose non stanno così, anche loro capiscono, pensano e, più di tutti, sanno ma non dicono. L’omertà al giorno d’oggi è una qualità imprescindibile, richiesta a chiunque si avvicini a quel mondo che con un inutile deodorante cerca di coprire il suo vero odore. La città e i suoi abitanti vivono un periodo di grossissima difficoltà ed ogni giorno vengono a galla vecchi e nuovi malaffari, tutti scritti a grandi lettere sui muri delle nostre strade, e chi deve e può correggere la rotta è in realtà il diretto responsabile di questo sfacelo. Gli esempi li conosciamo tutti, hanno il nome di Mose, Calatrava, Palais Lumiere, Quadrante, Ex Ospedale Umberto I, e forse di un altro migliaio di “grandi” e piccole opere.  
 
F.F